venerdì 9 novembre 2018

DAI METEORITI AL COSMO (QUANTI SONO DIECI ANNI?)


Nel 2008, non sapevo il tedesco. Non ero neppure laureato nella specialistica di filosofia, e a lezione in Via Balbi accadeva spesso, per non dire sistematicamente, un fatto peculiare. I professori spiegavano in italiano. Eppure, ogni frase deragliava fatalmente, quando meno te l’aspettavi, in un vocabolo tedesco. Vernunft. Verstand. Schuld. Spaltung. E poi naturalmente, lui: Ursprung.
Per noi, acerbi virgulti che tentavano di accedere alle irte vette dello spirito, questi termini apparivano come meteoriti indecifrabili. Come tali, li accoglievamo con timore e tremore, sgomento e venerazione. Erano soglie di una trascendenza che si mostrava soltanto a tratti, baluginii di un altrove che non c’era dato di abitare.
Tuttavia, la corda tesa tra il sublime e il ridicolo è più corta di quanto si pensi.
Ben presto, quei vocaboli iniziatici di una lingua a noi interdetta prendevano ad apparire come mantra salmodiati con un compiacimento neanche troppo celato. Dall’essere profani al diventare profanatori, il passo è parimente breve. A stento trattenevamo le risa quando l’idioma di Dante e Manzoni veniva puntualmente interrotto da quello di Lutero e Goethe. Quasi fosse un difetto di doppiaggio in presa diretta.
Sono passati dieci anni. La lingua tedesca è diventata da allora un fatto ovvio nel mio vivere quotidiano. Conquistata a fatica, giorno dopo giorno, essa ha smesso di vivere in singoli meteoriti da un pezzo. Dal settembre del 2009, è la lingua con cui compro il pane e spiego al medico i miei sintomi, esprimo sentimenti d’amicizia e di collera. È diventata, anche, la lingua di Brot ed Erkältung, di Kumpel e Streber. In quella lingua ho pubblicato alcune cose di lavoro. Nella mia lingua madre invece, per fortuna, amo.
Sono passati dieci anni, dicevo. Oggi pomeriggio mi trovo a una conferenza in una città della Germania settentrionale. Quella dove nacque il filosofo su cui scrissi, ventenne, la mia tesi triennale. Karl Jaspers. Di più. Sono a casa sua. Proprio su di lui lavoravo dieci anni fa, quando Vernunft, Verstand, Schuld, Spaltung e Ursprung erano meteoriti incomprensibili.
Dopo diversi anni a prendere polvere in qualche piega della memoria, i termini allora enigmatici della filosofia jaspersiana sono tornati. Ma oggi, enunciati in una conferenza frase dopo frase, sono disposti armoniosi e sensati. Se dovessi quantificare l’estensione interiore di un decennio, questa ne sarebbe la misura. I meteoriti sono diventati un cosmo.

giovedì 15 dicembre 2016

Tracce

Campo Ligure, 14.12. - E poi un vecchio compagno di avventure teutoniche mi manda un audiofile su whatsapp, carpendo una canzone non so come né dove. È nientemeno che Alejandro di Lady Gaga.
D'un tratto, il 2011 riappare. Mi venne a prendere all'aeroporto di Stoccarda con un gesto di generosità incondizionata che ancora adesso cito ad esempio. Guidava una Ford Fiesta bianca del 1991, come quella che avevano i miei genitori quando andavo alle elementari. Un cavetto Rcacollegava un autoradio a musicassette di ventanni a uno spocchiosissimo ipod argentato sbrillucicante e nuovo di pacca. Dall'Ipod emerse qualcosa di Gaga, che a momenti era nata a tempo con la Ford Fiesta. Far risuonare quel brano, all'epoca nuovissimo, con quel cavetto, in quell'abitacolo che era lo stesso che mi scorrazzava nella mia primissima infanzia creava una piacevole collisione simbolica. Noi ce la ridevamo e sfrecciavamo nella notte verso Tubinga. Di quante tracce vive l'uomo.

"Siamo tutti italiani"

9.12 Roma ~ Appena atterrato all'aeroporto di Roma Ciampino, code colossali per comprare il biglietto del bus per andare in città, ma io sono teutonico ergo organizzato fino ai denti, e mi presento col mio biglietto fiamnante di stampa pure a colori per salire sullo shuttlebus.
Peccato o per fortuna in verità sono nient'altro che un caotico italiano che ha già fatto il biglietto, sì, ma da Fiumicino. Manco il tempo di maledire me stesso che il controllore mi fa: "eh sali dai, tanto io mica sò er capo de la ditta de sto busse". Io lo ringrazio incredulo farfugliante e lui rincara: "eddeche. siamo tutti italiani".
Egli ha capito. E io non ho avuto nient'altro da aggiungere. Se non un sottovoce "per fortuna".

Finché c'è gusto c'è speranza

3.12. Amsterdam. Incontro con un connazionale all'estero, partito un po' alla speraindio, un po' per realizzare la sua arte. "Fare caffè è un'arte", mi dice. E parlottiamo un po'. Di Pino Daniele, di starbaccs, e di McDonald's che ha chiuso a Napoli in un modo molto spettacolare. Il Mc fece una pubblicità. Bambino dice a mamma: non voglio a pizza, portami al Mc. I pizzaioli piazzarono un chiosco fragrante di marghetite davanti al quasifood. Come nel pifferaio di Hamelin tutti uscirono dal Mc per farsi na pizza. Finché c'è gusto c'è speranza.

Una lettera dalla Norvegia

Due anni fa tenni un corso di etica a Jena, il cui tema era perdono, risentimento, vendetta. Uno studente seguiva con particolare interesse, intervenendo con discrezione e pertinenza. Chiedendogli quando avrebbe sostenuto l'esame, mi disse che non era questo il punto. Era venuto a sentire le mie lezioni non per accumulare crediti formativi, ma per una decisione. Per una questione privata che riguardava la sua vita, e che cercava di capire filosoficamente. Poche volte ho sentito il mio lavoro sensato come in quel momento. Poche volte mi sono sentito parimenti responsabilizzato.
Siamo rimasti in contatto. Una decisione pare sia stata presa, e qualche giorno fa ho ricevuto una lettera via posta, scritta a mano e senza mittente, proveniente da un Paese lontano. Era lui. Se c'è una cosa che rende la nostra vita qualcosa di più di una sonnecchiante routine dove cerchiamo di combinare il pranzo con la cena, sono gli incontri che facciamo.

giovedì 17 novembre 2016

Cose buone dal mondo

Pochi giorni fa mi trovavo in un paesino non troppo lontano dall'aeroporto di Orio al Serio, tale Zanica, pronto a ripartire l'indomani verso le Germanie. Quel genere di paesino che non vedrete mai, e tutto il mondo è in pace. O forse vi perderete qualcosa così facendo.
Ultimo pasto italico, mi affido a Trippa Advisor. Che mi segnala un locale dal nome un po' giovanile e un po' in periferia. Però mi fido. Andiamo. Mai avrei immagnato che avrei assaporato il filetto al pepe rosa probabilmente migliore della mia vita.
Commosso e felice, scrivo una recensione in tempo reale, seduto al tavolo.
E se ne accorgono. In tempo quasi reale.
Le cameriere arrivano, e iniziano a offrire giri d'amaro e digestivo a tutti quanti, ringraziandoci più volte. A momenti mi avrebbero quasi abbracciato. Perché, di solito, siamo invece così refrattari nel dare e ricevere felicità, nell'esternare un momento di gioia spontanea?
Gli abbiam detto che torneremo.
Lo faremo davvero.

sabato 17 settembre 2016

La vita a volte inizia quando parli con gli sconosciuti

3.9.16.
Arrivo a Tubinga e cosa trovo? 
Spätzle? No.
Il Neckar? No. 
Ratzinger? Nemmeno. 
Un musicista di strada che canta e suona con accento svevo q.b. Fiume Saint Creek.
Iniziamo a cantare insieme.
Poi mi racconta.
Di sé, di come scoprì Deandrè in una osteria a Portovenere. 
Una grande immagine di Fabrizio con la sigaretta, e sotto il cartello Vietato Fumare.
Vino rosso. Accenna anche un Umbre di muri, muri de mainé.
E tanta altra vita.

C'è tanta bellezza là fuori.

17.9.16.
In viaggio verso Berlino, con il mio collega indiano. Una signora un po' attempata ci domanda di dove siamo. Io temo la classica reductio ad mandolinum. Per fortuna il focus è sul collega. Ma avviene in maniera del tutto diversa. India, India, da sempre lei avrebbe voluto andare in India. 54 volte è stata invitata, ha visto il Dalai Lama a Zurigo, per lei significherebbe più di ogni cosa. Ma non può e non potrà mai. Sono nata in Krieg, durante la guerra ci dice, poco a nord di Berlino, e ho preso il tifo, due volte, durante la guerra, acque contaminate. Dove andate? In Israele. Non ci sono parole per quello che abbiamo fatto al popolo ebraico. Nel 2007 ho fatto una donazione con cui sono stati piantati alcuni alberi in Galilea. India, ancora India. Una vaccinazione al tifo, necessaria per l'India non me l'ha mai voluta fare nessun medico su quei precedenti. Il tifo, la guerra, l'acqua contaminata. E allora viaggia, incontra, legge. Vorrebbe scrivere le sue memorie. A patto che qualcuno la aiuti. Io non riesco a sopportare l'idea che questa vita, che mi ha appena sfiorato, svanisca senza lasciare traccia, anche se forse, come un Mandala trasportato dalla corrente, non sarebbe poi così male. Per me sì, invece. Scrivo questo frammento, affidandolo al più volgare dei mezzi di comunicazione. Scrivere è intolleranza all'oblio.

venerdì 3 giugno 2016

La mia seconda casa

Un amore sperticato per Tubinga in quanto tale, io non l’ho mai avuto.

Le sue casette da gnomini, le sue viuzze così innocenti, i suoi abitanti così sorridenti, neanche una cosa fuori posto – e se c’è, pare che anche lei sia prescritta nell’ordine delle cose. Le loro vite così perfette. Tutto questo per molto tempo mi suonava insincero e distante, tirato come il sorriso di un ballerino.

Non dimenticherò mai l’estraneità di un sabato pomeriggio dell’autunno del 2009, appena arrivato. Percepivo un confuso palpitare di sommessa gioia nell’aria, una gioia molto timida e festante in modo innocente e speranzoso. Ma non era la mia.

Piangevo, da quanto mi sentivo estraneo a tutte quelle case, quelle viuzze, quei sorrisi. L’invincibile alterità di quelle architetture, di quelle pietre e di quegli alberi così diversi dai miei, mi faceva sentire solo più di ogni cosa.

Sono passati più di sei anni da allora. E da quasi tre a Tubinga non ci vivo più. Eppure ci ritorno. E mi piace, adesso, ripercorrerne le strade. Visitandola con la dimestichezza di chi sa dove trovare le cose, e godermela nel suo puro presente, senza nostalgia. Tubinga, chi lo avrebbe mai detto, è diventata la mia seconda casa.

Qui c’è un nucleo di persone che ogni volta mi restituisce la certezza di essere vissuto, e non invano. Mi mostrano in maniera tangibile e perfettamente semplice che sono entrato nelle loro vite.

Me lo testimoniano accompagnandomi alla stazione, aspettando finché il treno non parte, e poi quando si dilegua, correndogli dietro mandandomi saluti tragicamente teneri. O sentendo il bisogno di fare un video mentre dico una battuta delle mie, perché per loro le battute delle mie non sono cazzate, ma sono schegge da raccogliere. O quando ancora m’invitano a cucinare assieme, o quando con la riga del cuscino ancora sulla faccia mi offrono il caffè. Come se quei due anni e mezzo da cui mi sono trasferito non fossero mai passati.

Nell’abbraccio della ragazza più semplice e umorale che mi ha voluto subito bene, nei discorsi sul senso nel nostro stare al mondo con chi invece questo senso lo brama e non ne può fare a meno. Nel sentire interi album o anche solo una canzone al buio in una di quelle stanze, come se avessi di nuovo diciott’anni per cinque o cinquanta lunghi magnifici minuti. Nelle canzoni, che due di loro mi hanno scritto e dedicato per il mio compleanno.

L’ammirazione, che percepisco nel modo in cui mi guardano quando parlo, nonostante il mio tedesco non sia meno goffo di allora. Riconoscono i miei sforzi, godono per i miei successi, e soprattutto mi hanno accolto e amato per quello che sono. Senza dovermi semplificare, senza dovermi far accettare.

Qui c’è l’Amicizia, che percepisco in un congedo in cui sappiamo con certezza che quando ci diciamo “alla prossima” ci sarà certamente una prossima volta. E che presto o tardi sono solo dettagli.

lunedì 9 maggio 2016

Viva la fuga

A giudicare da quanto sono in giro, un amico psi ha avanzato il sospetto che io sia in fuga da qualcosa. No, non credo, gli ho detto di primo acchito. Non più di tutti quanti, perlomeno. O forse no. Forse ha ragione. 

Forse sono in fuga da una vita sociale che quando vieni al mondo in un paese di tremila anime rischia fatalmente di configurarsi con lo stesso tasso di sfiga di un videoclip degli 883. 

A quindici anni, partitelle di calcetto all'oratorio vissute con agonismo da Maracanà, scooter spetezzanti per attestare la propria virilità, e le-ragazze-che-se-la-tirano-come-se-ce-l'avessero-solo-loro....

...per poi diventare a trenta un perfetto, integrato e forse financo sposato "provinciale da pizzeria", con "gelatino e poi tutti a nanna" se proprio è "seratona". Hai ragione, amico psi.

Viva la fuga.

domenica 22 novembre 2015

Isis & Crisis

chi vuole distruggere le armate nere del califfato manco fosse la sua missione a risiko,

chi accende ceri, preghiere, con una mano sul rosario e l'altra sugli amenicoli,


chi continua a fare piiiipappaparappooo, perché è diritto insindicabile dell'occidente essere decadente,


chi rifugge i rifuggiati, e chi li abbraccia che manco madre Teresa,

ve lo dico in un orecchio amici, tutti presi e fomentati dal TAKE IT ISIS,

la più grande CRISIS resta sempre quella economico-finanziaria, 

che si esperisce in una quotidianità con tassi di disoccupazione mai visti 

e una flessibilità lavorativa che manco l'uomo di gomma dei fantastici quattro. 

improvvisamente nessuno parla più del crollo degli acquisti di latte fresco 

dopo il 19 del mese, perché mancano le palanche.

questo non fa più audience, non fa più spettacolo.

eppure,

non ce lo scordiamo.

sabato 21 novembre 2015

People are strange - when you are stranger

Va bene in sti giorni abbiamo tutti paura, 
e io sono abbastanza mediterraneo qui in turingia 
per sembrare uno scriteriato che invoca d'annà al bar.

in un ufficio dove mi reco ogni settimana, 
di solito elegante q.b. per gli standard teutonici,
c'è un receptionist che manco mi caga prussianamente di pezza, 
malgrado io lo gutentagghi sistemicamente. 

bene, ieri ero vestito in tutona nera, 
ascoltavo musica in cuffietta 
e non l'ho gutentaggato sovrappensiero. 

il receptionist, che quando sto in giacca e camicia rispettabile 
manco mi vede, mi ha subito bloccato. 
tanto temibile era la mia tutona nera 
con dentro uomo dal crine e dalla barbetta nera, 
la cui epidermide d'estate sa essere, anche lei, 
quasi nera.

venerdì 16 ottobre 2015

Ci sono cose che non hanno un nome

ad esempio, come diavolo si chiama la sbarra che quando sei in coda alla 

cassa del supermercato la metti sul rullo e separa la tua spesa da chi sta 

prima e chi sta dopo di te permettendo a ognuno di disambiguare i propri 

acquisti da quelli altrui e viceversa?


questo coso non ha un nome, e forse non è un caso visto che rappresenta uno 

dei non-momenti per eccellenza nella vita di noi tutti: noi, le sei di sera, 

in coda al supermercato, a comprare roba di varia natura e di varia verdura, 

aspettando come dei lemmings di varcarne la soglia dopo aver legalmente 

pagato per poi tornare nelle nostre tiepide case.

e intanto lei. la sbarra che quando sei in coda alla cassa la metti sul rullo 

e fa ordine e disciplina e impedisce che ti venga attribuita una mostarda 

aromatizzata allo zenzero da svariati euri piuttosto che delle tristissime 

patate alla griglia precotte e pronte all'uso o ancora un paccotto di 

mutandein offerta taglia XS. 

la sbarra che quando sei in coda alla cassa la metti sul rullo è lei, è senza

nome, ti separa dalle spese degli altri, dalle loro dispense, dalle loro 

cassettiere, dalle loro vite. tiene tutto alla giusta distanza, sta lì sul 

rullo, e spesso ringrazia e ti invita a ritornare. la sbarra che quando sei 

in coda alla cosa non ha un nome e non lo sa, ma somiglia un po' a tutti noi.

domenica 20 settembre 2015

impressioni di tubinga

qui il passato non è soffocante, non è il fardello del non scelto dove si è stati scaraventati nel mondo. qui il passato è presente e vivo come una radice che nutre. come la sensazione, perturbata e commossa, di avere una vita, che questa vita è la tua, 'confesso che ho vissuto' puoi ben dire, se non addirittura un destino...

capisci di aver intensamente vissuto in qualche luogo quando persino al supermercato più periferico rivedi due volti noti - uno è un professore con cui parlavi liberamente come raramente ti era mai capitato (e riinizia subito il discorrere), l'altro è un perfetto sconosciuto sulla settantina dalla folta chioma tipo musicista in pensione che ogni giorno, quando tu vivevi a venti minuti dal centro, prendeva il tuo stesso autobus (e non vi dite niente, e non ve lo direte forse mai, ed è bello così).

il cameriere della bisteccheria marquardtei. ancora si ricorda delle nostre tavolate di italiani, e infatti mi parla ridendo e scherzandomi come allora auf italienisch. un compagno di studi rumeno, correva l'anno 2009, erasmus, che ieri sera lo rivedo in mezzo a mille facce nuove di un party e mi presenta alla sua ragazza in questi termini: questo è francesco ferrari, era con me a ogni festa e adesso è professore a Jena...

e poi c'è Steppenwolf. l'ho conosciuto anche lui appena arrivato a Tubinga, ed entrambi non sapevamo quasi una parola. Lui aveva l'aria familiare di quei trentenni da atrio di viabalbi4 tutta barba e cappotto, e per questo, forse, ci annusammo e riconoscemmo in mezzo alla vita sbrilluccicosa e guettizzante (nel senso di David Ghetta, eh) degli erasmusparty. Finii per chiamarlo così anche perché quando l'ho conosciuto, nonostante tutte le necessità comunicative della vita estera, non aveva di cellulare, e potevi incontrarlo solo mandandogli una mail, intuendo i suoi nascondigli o per grazia divina. Steppenwolf adesso è sei anni che sta qua. Un cellulare ce l'ha, ma a me non importa. Quando vengo a Tubinga, so dove abita, e lui sa che se qualcuno suona alla sua porta e non è orario di postini si tratta di me.

domenica 2 agosto 2015

L'estate - l'infanzia

È strano, forse, fare bilanci in estate. Eppure l’estate, ancora oggi che ho ventotto anni, quasi come quando andavo a scuola, è un po’ una pausa. E le pause sono spesso di riflessione. Si rallenta, o addirittura si ferma la vita ordinaria. Si chiudono, o almeno si socchiudono i consueti strumenti di lavoro. Le giornate sono troppo lunghe… per essere riempite di lavoro. O forse no. Forse l’estate è una stagione come tutte le altre. E se non si è esplicitamente in ferie si lavora. Non è che perché c’è il sole l’operaio della fabbrica o il CEO possono andare in spiaggia. Ma per chi fa un lavoro intellettuale, che vive anche delle proprie sensazioni, anzi: del proprio sentire – e che vive più o meno ascoltandosi, no, l’estate non può essere un momento dell’anno come tutti gli altri.
Estate, dilatamento del tempo, tempo per sé, tempo per pensare, tanti ricordi, a volte anche troppi. L’estate, tornare al paese dove sono stato bambino. L’estate e l’infanzia sono per me quasi la stessa cosa. L’odore dell’asfalto rovente o appena bagnato, il salino del mare addosso, le lunghe camminate serali che non portano da nessuna parte. Gli amici di sempre, ognuno alle prese con la sua vita, più o meno incentrata sul paese da cui tutti veniamo. I tanti visi noti ma con cui non si parla. Ci si passa accanto, a volte anche giudicandosi silenziosamente. E fa sempre un po’ male, nonostante tutto.

L’estate, la possibilità di vivere coi sensi più pieni, tuffandosi nel mare, affondando un piede nella sabbia, toccando una roccia di fiume col palmo della mano… poter vivere all’aperto, senza doversi riparare dal freddo, con vestiti leggeri (e con pensieri non sempre altrettanto leggeri), il desiderio di un’estate che dura tutto l’anno (chiamata Italia?).

giovedì 16 luglio 2015

piccola epifania a Kahla

20 km in bici ti portano fuori da Jena, in un paesone di diecimila anime e tante case ormai vuote. vado alla stazione per caricare la bici e tornare a casa. è sera, è estate. alcuni ragazzi tra i sedici e i venti ascoltano musica, bevono birra, guardano i treni passare. gli chiedo del mio treno, rispondono gentili e un po' stupiti. forse non hanno mai visto un italiano dal vivo. ma non hanno paura. d'un tratto, come in un racconto di Joyce, è tutto chiaro. la mia adolescenza, non sapere cosa fare la sera, stupirsi di fronte a un forestiero come se fosse un evento, camminare nel nulla fino alla stazione. vedere i treni merci sfrecciare insensibili nella notte e sognare un po' di saltarci sopra senza sapere dove andare. non è poi così male essere un ragazzo di paese, se quando poi il momento viene su quel treno ci sali davvero.

lunedì 13 aprile 2015

MEMORIE D'ALTRE VITE

sarà ormai dieci anni fa, quando nel cuore purulento di Genova, dopo aver passato ore e ore nel "Monolocalino" di Elisa  in quel di Vico del Duca 12, sotto la rispettabilissima via Garibaldi, a un passo dal budello di Via della Maddalena, scesi a buttare la rumenta della Ely, da lei messa in un trolley scassato. Mentre scaraventavo quel trolley in un bidone - a fatica e goffamente - mi si avvicinò una bagascia e mi disse ridacchiando: BUTTATO VIA EL MUERTO EH?. Ecco. in questa immagine terribilmente letteraria ma giuro assolutamente VERA rivedo i miei, i nostri anni di sgarsulini universitari: Imprudenti, inesperti, strafottenti... ma meravigliosi. Insomma, terribilmente GIOVANI.

domenica 22 febbraio 2015

ISIS, ovvero: Umanesimo e Antiumanesimo nel nostro tempo

Quelli dell'Isis cominciarono con far saltare per aria le moschee sciite, la scorsa estate. E noi non li degnammo d’attenzione, perché erano ‘affari loro’. Non capimmo che la via che conduce dal distruggere dei luoghi simbolici all’eccidio di vite umane è terribilmente breve. Ma non ci interessava. Poi avanzarono. E iniziarono a riversare odio e violenza su uomini e donne yazide. E iniziammo a indignarci, ma un malcelato esotismo nei confronti di un culto pagano mai sentito prima distrasse molti dall’orrore. Poi iniziò la processione degli ostaggi. Il primo, il giornalista James Foley, fu abbastanza statunitense dal valere la prima pagina e l’attenzione mondiale. Ne seguì un altro. E un altro ancora. E così via. Presto lo sgozzamento rituale dell’ostaggio prese a valere appena un trafiletto sui nostri giornali. Nel frattempo, azioni parallele, in un crescendo rossiniano di violenza simbolica (e terribilmente reale), hanno insanguinato e alzato il livello del terrore nella Francia del periodico satirico tardoilluminista Charlie Hebdo, nella garbata Danimarca che discuteva proprio di tali episodi, e avanti così. Bambini iraqeni ammazzati perché guardavano (leggasi: veneravano paganamente) il calcio, un pilota giordano posto in gabbia e arso vivo, due decine di cristiani copti egizi sgozzati uno ad uno, con chirurgica efferatezza, sulle rive del Mediterraneo (passando attraverso scene che neanche Fascisti su Marte, come un rogo di strumenti musicali in Cirenaica). Fino ad arrivare alla parata dei curdi di oggi. Messi in gabbia come bestie da zoo, portati in giro per le vie gremite di folla di una città dell’Iraq su occidentalissimi pickup. Un’umiliazione paracircense degna di Goebbels.

Questo climax ascendente di atrocità conduce ben presto all’assuefazione al Male di Baudrillardiana memoria. Assuefazione nella quale i nostri ricettori morali rischiano di spegnersi. L’orrore è diventato una cosa normale, prevedibile. Che smette anche di fare notizia. O che al contrario viene pompato con macabra manipolazione. Si perde lo sgomento, si perde l’indignazione, in questo stillicidio mediatico di abiezione quotidiana. O al contrario, si aizza l’odio verso l’Altro, in maniera strategica. Chi profitta di tutto questo sono ovviamente le destre nazionaliste: uno spettro xenofobo si aggira oggi come ottant’anni fa per l’Europa – proprio adesso in cui gli ultimi reduci di quella violenza nazifascista novecentesca si stanno addormentando per sempre. Chi cade in balia della facile tentazione, suggerita da media sempre tendenziosi, di sostanziare nell’Islam tutto il male del mondo, rendendo Isis e Islam poco più che sinonimi, non ha capito però una cosa. Che l’Islam è solo un substrato, su cui attecchisce oggi la violenza ferina dell’antiumanesimo.


Il vero scontro di civiltà non è tra Europa e mondo Arabo, e nemmeno tra Cristianesimo e Islam. Il vero scontro deve essere compreso come quello tra umanesimo e antiumanesimo. La cristianissima Spagna cinquecentesca ha ucciso centinaia e centinaia di migliaia di nativi americani. L’illuminista e romantica Germania ha sterminato milioni di ebrei settant’anni fa. Lo Stato Islamico desidera non essere da meno, pare.  Trasversale, aldilà delle identità culturali, linguistiche e religiose, il vero luogo del conflitto è tra l’umanesimo che ha ispirato i principi della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ONU e un’ideologia antiumanista, basata sull’assoluto misconoscimento della dignità umana, sull’annientamento sistemico di ogni forma di alterità, e su un uso sapiente dei mezzi di comunicazione di massa (allora la radio, oggi televisione e internet). Nessuna cultura, nessuna regione del mondo è esente dai tentacoli dell’antiumanesimo. Nella Storia, non ci sono popoli né terre vergini. Al massimo singoli individui, che riescono a restare umani in mezzo al consumarsi quotidiano degli orrori dell’antiumanesimo.

sabato 21 febbraio 2015

di quanta casa ha bisogno un uomo?

Wie viel Heimat braucht ein Mensch - Di quanta PATRIA ha bisogno un uomo? Si chiedeva Jean Amery. Dove patria è Heimat, non una terra di padri fieri e arcigni (Vaterland), ma una terra domestica, un luogo dove ci si sente a casa (Heim). Riformulo la domanda: di quanta CASA ha bisogno un uomo? Tanta, chiaramente. Ma che significa, per chi vive a mille km da dove è nato, sentirsi a casa? La risposta bacioperuginesca che casa è dove hai il cuore, nella sua patetica leziosità, non è poi così lontana dal vero. (Certo, io è un altro: ma a ben guardare è una scorciatoia lapalissiana, per non dire tautologica). La domanda diventa allora: di quanto AMORE ha bisogno un uomo? Beh, mai abbastanza.

Da alcuni giorni, o forse settimane, il mio livello di Heimat è cresciuto. Questo blog ne ha fatto forse per primo le spese, che cos’è un blog (e prima ancora la parola scritta) se non una casa virtuale? (forse scrivere è proprio –anche- questo: desiderio di sentirsi a casa propria). Il motivo potrà sembrare terribilmente gretto e materiale a tutti gli aspiranti asceti e a tutti gli amanti della sostanza che va oltre l’apparenza, e ad altre consimili genie di umani che amano splittare in gruppi e sottogruppi, certi di avere l’ago magnetico del vero buono e bello sempre dalla loro parte. (Beati loro avrebbe detto Paul Valery, io spesso non sono neanche del mio stesso parere). Ebbene la macchina del caffè ha accresciuto esponenzialmente il mio sentirmi a casa a Jena. Poter avere un espresso degno del miglior bar italico è una meraviglia per il palato, ma è ben lungi dall’essere solo quello. Quella macchina del caffè è la mia storia. Come quel giradischi Lenco B55 in legno e acciaio. E io sono la mia storia, come tutti noi. Ed è nella mia storia, sempre che non sia una storia ignobile, che ho bisogno di rispecchiarmi e di ritrovarmi.

Una stanza vuota, in una città in cui sei appena arrivato potrà suscitare all’americano che è in te un brivido di sottile eccitazione. Penso a quella sensazione tipica dei romanzi di Paul Auster, per cui il nuovo inizio coincide con la libertà, e la pagina bianca è il sinonimo di una sovrabbondanza trionfante della vita: tutto è possibile. Ma il senso della possibilità, il palpitio del poter essere tutto, porta spesso con sé, nondimeno, un polare sentimento di annichilimento. Icaro si sfracella sempre e di nuovo. Per anni mi sono chiesto quando la vita fosse davvero vita, come Henry Miller nei suoi Tropici. Ora che la vita è tremendamente in atto, e spesso come un congegno meccanico fatto di ingranaggi senza fine, le cose sono un po’ cambiate. Ora la stanza vuota ha da diventare piena. E gli oggetti che riempono quella stanza non devono essere oggetti qualunque. Devono essere oggetti scelti, oggetti giusti. Oggetti intrisi di vita pregressa o che lasciano presagire vita futura. Sono oggetti intrisi e costituiti da un processo mitopoietico, e chi li possiede, li guarda, ci vive in mezzo, nel loro avere accanto a sé li sente, come presenze dense di storia. In quel giradischi, in quella macchina del caffè sta la possibilità di percepirsi come un’unità di vissuti, e di ricordarsi di non essere un’ombra che cammina catapultata nell’anonimato di uno spazio neutro. È un processo di familiarizzazione, di appropriazione, di ritrovarsi appunto a casa propria… Vivere è bello perché è bello cominciare, certamente. Ma il bel vivere, non come attimo di euforia (stato d’eccezione) ma come essere contento di stare al mondo, e in quel preciso angolo di mondo in cui si è, abbisogna che le cose siano cominciate da un po’. Che poi è un attimo che la familiarizzazione degeneri in insensata abitudine e in consumata ripetizione (quando è difficile salvarsi dalla non-vita!) Se l’alternativa è continuare a nutrirsi di sensazioni, collezionare attimi, questo significa predisporsi all’essere innanzitutto e perlopiù scontenti - la ‘vita’ diventa allora lo stato d’eccezione: forse il passaggio compiuto all’idea adulta sta anche nell’accettazione che la felicità non sia uno stato di perpetua euforia, quasi di estasi.


Nel dire l’altro giorno al fedele rigattiere di Jena che la macchina del caffè mi dà un sacco di Heimat lui inizia a frugare e poi mi porge qualcosa: “ti servirà una zuccheriera”, mi dice, e me ne fa dono. In quel gesto ho sentito una fratellanza interumana potente, e una conseguente fiducia nell’umanità. La logica di un gesto di dono è la stessa che dovrebbe presiedere a quell’amore che, pur dicendosi in molti modi, dovrebbe avere proprio questo come presupposto: gratuità e totale assenza di calcolo, fine in sé, pura liberazione dall’ingranaggio dei mezzi in vista di un tornaconto, emancipazione dalla legge dell’utile, insomma: fiorire come la rosa di Silesio, senza perché. Tutto questo è mortificato dal nostro tempo, certo, ma ci sono spiragli di libertà, o meglio: di grazia (che cos’è infatti la grazia se non la possibilità di sottrarsi ai leviatani perfettamente oleati e onnipervasivi senza sconto alcuno?) Ho sentito il rigattiere, questo tedesco dell’est, settantenne, che sempre mi fa dono non solo di zuccheriere ma di STORIE, storie di fabbriche di porcellana che non ci sono più, di persone e di oggetti trasformati dal corso del tempo (quanto è carico di Heimat quell’uomo! Ci sguazza dentro tutti i giorni della sua vita. Forse pure io sono ‘rigattiere dentro’ e non lo so, e CAZZATENAIF è il mio negozio di rigattiere, colmo di cianfrusaglie interiori datevi in dono), con la fraternità che si potrebbe sentire con un compaesano. E nel luogo apparentemente meno cosmopolita che vi sia, una polverosa bottega di cose vecchie plasmate a km necessariamente zero, ho sentito che Democrito aveva ragione: patria, ovvero, casa dell’uomo è davvero l’intero universo.

giovedì 18 dicembre 2014

Italia di Kafka

ci sono tre porte. 
dietro la prima  ci sono dei fascisti che cercano di sublimarsi come liberisti o come difensori della patria.
dietro la seconda ci sono dei fascisti che cercano di sublimarsi come solerti predicatori dell'anticorruzione.
dietro la terza ci sono altre camicie nere, di qualche taglia troppo lunga (ah no, sono abiti talari!)
è un racconto di kafka?
no, è l'italia baby.

domenica 7 dicembre 2014

"Uno stupendo Paese di merda"

Si può essere nostalgici solo a condizione di non avere l’oggetto del dolore, l’algos del nostos, sotto gli occhi. E quando qualcosa è lontano dagli occhi, ben lungi dal diventare lontano dal cuore, sembra sempre un pochettino migliore di quello che è. La siepe leopardiana che il guardo esclude, o i mille km da casa giocano a volte strani scherzi. Questa vita tra Italia e Germania, questa polarità a volte schizofrenica, e che ormai so che è bene non si sciolga mai, ha trovato poche ore fa una eccellente definizione da parte della mia amica N., con la quale da anni pratichiamo assieme lo sport di cercare di capire la conditio italogermanica.

Bene, N. scrive: “l’Italia è un stupendo Paese di merda”.

Come darle torto. La Germania per converso mi riesce difficile dire che sia stupenda (i luoghi comuni di chi mai vi ha messo piede trovano in questo punto la loro ghignante e stolta rivalsa) e soprattutto non è affatto un “Paese di merda” (almeno oggi, 2014). Sospendo il giudizio su che cosa sia un Paese di Merda (grossomodo possiamo intuirlo: è un Paese annichilente e annichilito, che trita ingurgita demolisce e quasi ti espelle, proprio come un cilindro fecale).Mi soffermo un secondo su “stupendo” e sulla sua (inesorabile) correlazione alla Merda.

Stupendo è ciò che desta stupore. 

E sebbene in Italia ci si abitui a tutto, e le logiche non euclidee siano diventate l’ordine delle cose, e per due punti non allineati nello spazio se passa una retta dev’essere una retta “tangente”, sicché tutto sembra visto, detto, scritto, perdiamo il pelo ma non i vizi, e soprattutto il senso morale dell’indignazione, cionondimeno, l’Italia stupisce. Stupisce chi ne prende ogni tanto sano congedo e la guarda un secondo dall’esterno, sospendendo il vacuo ovvio quotidiano intasato dalle (De) Filippiche sempre più populiste. Stupisce per fortuna non solo ciò che la rende un Paese di Merda, ma anche ciò che l’ha resa grande. Gli archi dei Cesari e i palazzi delle signorie rinascimentali, le coste e le Alpi, la mozzarella di bufala e non solo le bufale dei politici, l’alta moda milanese e il panettone basso genovese.


Stupendo viene da stupore, ma non solo lui. 

Uguale e contrario, ingiuriosamente ridicolizzato, lo stupore, proprio di quel primo filosofo che cadde nel pozzo, porta con sé un suo fratello minore: lo stupido. E dio (o chi per lui) solo sa quanto è stupida l’Itaglietta del nostro tempo. Una civiltà dell’estetica che ha difficoltà a darsi un’etica. Questo l’ho detto molte, troppe volte. Ma solo oggi grazie a N. l’ho davvero capito: siamo soggetti e oggetti di stupore come nessun altro popolo al mondo. E quanto questo mi dia noia, chi mi conosce lo sa. Siamo sistematicamente osservati come animali bizzarri in questo grande zoo che poi è il mondo. Quando all’estero ti sentono parlare, molti ti s’avvicinano, e ti chiedono trionfanti: ma sei italiano?! con un misto di ammirazione e scherno, e tanta curiosità. (Come se fossimo rari come il Gronchi rosa, diobono, se non siamo ovunque noi…) 

E questo probabilmente è il motivo: destiamo stupore, perché sanno (spesso senza esserne consci) che siamo stupendi. E per questo ci prendono per stupidi.