Sentire la voce di Peter Gabriel
nei suoi primi dischi da solista è come udire la sua. Che mai risuonerà mai più
sulla terra. Almeno una volta al giorno affiora un ricordo. Ed è bello che sia
una battuta, di quelle che parlano un linguaggio esclusivo, un codice che solo
io e lui, come solo milioni e milioni di coppie di amici, piuttosto che di
fidanzati, piuttosto che di madri e figli conoscono. Un riferimento al
protagonista di un film può subito diventare il sosia dell’istruttore di guida
col suo indimenticabilmente odioso “stai calmo, Nanni”, il suono delle campane
evoca il mio prenderlo (talvolta pesantissimamente!) per il Q stante il suo
cattolicesimo, che solo dopo anni e anni avrei capito essere non solo
religione, ma anzitutto fede. E quindi, tutti i soprannomi che gli diedi, e che
nel loro sapido cinismo amava così tanto. “Culo da preti”, “Uriah” (Heep, un blando
omuncolo vittoriano di Charles Dickens), fino al celeberrimo “Il Merda”, con il
quale è tuttora nel mio cellulare.Che strano pensare che scrivendo a quel
numero non arriveranno risposte, risposte che sempre arrivavano, nella
discrezione dell’sms. Da mesi non lo vedevo, da giorni non gli telefonavo. Non
volevo forzare la sua volontà. E malgrado i comprensibili rimpianti, penso sia
giusto così. Che poi, i dischi di Gabriel solisti non li avevo mai ascoltati. E
li scopro ora, come continuando con loro quel dialogo interrotto (eh no, caro,
non lo continuerò con Phil Collins. O perlomeno, non è ancora il momento!)
Abbiamo vissuto insieme tanti
momenti, e non tutti sono stati armoniosi ed idilliaci come uno penso sia
rapportarsi a un Amico. Ricordo certe scene della nostra infanzia, così
solipsista, nondirado morbosa, a tratti compiaciuta. Superbie adolescenziali di
entrambi, il sentirsi calati in un mondo non nostro, regalità e smarrimento. Nell’adolescenza
sei stato la mia più grande consolazione, il mio unico interlocutore – insieme a
una ragazza che non mi parlerà più nemmeno lei, pur da questo stesso mondo
terreno, e tu sai quanto ti tediai dicendoti incessantemente di lei – scoprimmo
assieme il valore della musica, quella con cui ti confidi come a un altro,
grande Amico. Vinili ascoltati al buio, Genesis e Pink Floyd. Yes e Traffic. La
tua fascinazione per il sound anni Ottanta che aborrivo, e che adesso adoro. La
tua ricerca spasmodica delle specifiche della strumentazione “Questo è lo
Steinway Electric Grand Piano! La Fender non eguaglierà mai la Gibson!”, la tua
passione per un partito, la forma di devozione più inattuale al giorno d’oggi, forse
(e che partito!), le mille mossette, imitazioni, iperboli e caricature che
inscenavamo. Il tuo “forse hai ragione”. Il tuo garage, dove vestivamo
magliette di nazionalità contrastanti dell’isola britannica, dove, anni dopo,
salivo per serate in cui dovevi tornare a casa presto “perché domani è domenica”,
e sappiamo cosa significava per te. Il Moon Pub, il gelato ad Arenzano (che da
simbolo della piccolaborghesitudine con cui mi piaceva schernirti è divenuto
per me un richiamo irresistibile), la pizza da Galbiati. La nostra gita a
Firenze (o a Cà di Boschetti?), il Pinocchio apparso su L’Oracolo che fu
involontariamente epifanico, il tuo definirmi, anni dopo, “epifanico”. Da ultimo, l'impegnatissimo cineforum con schede.
Nella maturazione dei nostri
percorsi eravamo riusciti a scrostarci pregiudizi e precomprensioni di matrice
opposta, e c’eravamo finalmente incontrati. Sant’Agostino, Eckhart, il Diario
di un dolore di Lewis che mi consigliasti, la tua sconfinata passione per la
letteratura inglese, dall’Ulisse di Joyce ai racconti di Natale di Dickens (e
la tua ipersensibilità natalizia in salsa disneyana che mai riuscii a capire!).
Eravamo due bestie diverse, ma che in questo mondo troppo stupido si erano
trovate subito, fosse solo perché abitanti nella stessa strada di un paese di
tremila anime. E con gli anni ci saremmo anche scoperti insospettabilmente
simili, quasi identici, oltre le scorze della tua pettinatura da impeccabile
gentleman e la mia barba sempre incolta. E ancora non mi capacito che i tuoi
ghigni, la tua capacità sinestetica profondissima, la tua disponibilità a non
dare nulla per scontato, non torneranno. Che la grande esperienza di fede che
hai vissuto in questi mesi, in quest’anno e mezzo, da quando sei venuto nel mio
salotto di casa e senza mezzi termini mi hai detto cosa avevi, che tutto questo
non potrà continuare, proprio ora, in una testimonianza che in te era diventata
così limpida e compiuta. Vorrei dire che la continueremo noi. Non so in che
forma. Ma noi lo faremo. Già lo facciamo. Anche solo nelle parole che usiamo,
nelle battute che facciamo, nelle riflessioni che maturiamo, c’è la traccia del
nostro costante confronto. Tu non morirai…
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